“L’indipendenza è illegale e continuerà ad essere perseguitata con tutti i mezzi”

Abbiamo parlato con Antom Santos, un militante nei movimenti popolari ed ex prigioniero galiziano indipendentista.

Tra novembre e dicembre del 2011, un’operazione di polizia condotta in Galizia si è conclusa con diversi attivisti indipendentisti imprigionati e accusati di appartenenza alla Resistenza Galiziana. Tra i detenuti c’era Antom Santos, con il quale abbiamo parlato dell’esistenza di prigionieri politici in Spagna, del processo di indipendenza che vive la Catalogna, dell’irruzione di Podemos nella sinistra e del progetto dell’indipendentismo galiziano. In un contesto in cui si inizia a mettere in discussione la repressione politica nello Stato spagnolo, abbiamo ritenuto necessario ascoltare la voce di un militante indipendentista, che ha trascorso cinque anni della sua vita in prigione a causa del suo progetto per la Galiza.

Ci sono prigionieri politici nello Stato spagnolo? 

Si, ci sono prigionieri politici nello Stato spagnolo. Ci sono stati durante tutto il franchismo, ci sono stati durante la Transizione o la riforma politica e quella realtà arriva fino ai nostri giorni.

Sono prigionieri politici i membri del governo imprigionati? 

Sì. Sono imprigionati in modo preventivo per ragioni politiche, a causa della loro ideologia.

Perché allora si utilizza l’eufemismo di “prigionieri politici”? 

Bene, lo stato spagnolo ha sempre cercato di definirsi internamente e internazionalmente come una democrazia. Pertanto, poiché è contraddittorio per l’esistenza di una democrazia mantenere persone imprigionate per la loro lotta politica,lo Stato spagnolo è stato costretto a sottrarsi a questa definizione di prigionieri politici. Il problema è che se, prima, si poteva sostenere che la stragrande maggioranza di coloro che sono stati imprigionati erano accusati di essere direttamente o indirettamente legati alla violenza, oggi è impossibile usare questa argomentazione sulla Catalogna, che ci obbliga a ricorrere alla casistica; è un po ‘più complicato, ma in realtà è sempre la solita vecchia storia.

La società sta diventando consapevole della reale situazione dei prigionieri politici nello stato spagnolo?

Ritengo che stiamo assistendo a un processo di polarizzazione: il nazionalismo spagnolo sta affrontando una sfida che non aveva vissuto per decenni, quindi si sta armando sui fronti ideologico, politico e dei media. Ciò costringe gli oppositori a difendersi, non so se possiamo parlare di consapevolezza o piuttosto di un processo in cui tutti devono prendere posizione e dov’è estremamente difficile rimanere neutrali.

La Catalogna è oggi una repubblica indipendente?

È una nazione il cui governo ha dichiarato l’indipendenza, questa indipendenza non è accettata dallo Stato che la occupa e la comunità internazionale non interviene in modo decisivo.

Possiamo parlare di democrazia o di diritti sociali nello Stato spagnolo quando la Costituzione sembra avere un peso molto più grande della volontà popolare stessa?

Parliamo con una piccola prospettiva e scappando dalla pura realtà. L’indipendentismo della Galizia, ha 40 anni, è stato uno dei pochi movimenti sociali e politici che non ha accettato la “democrazia” né il gioco politico. Abbiamo sempre partecipato politicamente nella strada e nei movimenti sociali, per questo motivo abbiamo pagato sulla nostra pelle gli effetti della lotta contro il sistema. Fin dall’inizio, negli anni settanta, eravamo gli unici a dire che non era una piena democrazia, che si trattava di una democrazia sotto tutela, in cui i veri poteri rimanevano nelle mani di coloro che li avevano sempre detenuti. Ciò che vediamo oggi in Catalogna, è la massiccia applicazione di ciò che noi come movimento di minoranza abbiamo sofferto da 40 anni. Ciò che ci colpisce sono tutte queste urla di sorpresa. Abbiamo avuto prigionieri politici dalla fine degli anni ’70, con una legislazione eccezionale, siamo perseguitati dalla polizia municipale e “nazionale” semplicemente per aver diffuso la propaganda nelle strade. Per noi, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Qual è la differenza? Perché oggi è un movimento di massa, che costringe tutti a prendere una posizione.

Come è possibile che il processo (catalano) disturbi i cittadini più della corruzione o dell’austerità?

È un’ottima domanda. Suppongo che nei momenti di crisi in cui vi è incertezza, ampie fasce della popolazione siano massicciamente dalla parte del potere, di qualunque genere sia, sicuramente alla ricerca di benefici e tranquillità politica. Recentemente ho ascoltato un operaio che stava bevendo in un bar con un collega, commentando che voleva rimanere al di fuori della questione catalana. Si definiva come apolitico e ne aveva abbastanza dei conflitti familiari o personali che causavano questo motivo, questo lavoratore stava facendo un’osservazione intelligente: è facile parlare di politica quando guadagni seimila euro al mese, ma, “io che ne guadagno mille non posso“. Sfortunatamente, una parte della società sa che l’allineamento con il potere ha vantaggi immediati. Il franchismo non è morto, l’idea che non bisogna mettersi nei guai è ancora presente nel pensiero, c’è ancora un franchismo sociologico non so se la maggioranza, ma è molto forte. Un franchismo che si manifestata ostentatamente oggi perché sa di essere minacciato.

Come si spiega che qualcuno potrebbe considerare il divieto di partiti come il CUP [Candidatura dell’Unità Popolare, partito indipendentista di sinistra catalano, membro della coalizione del governo catalano sciolta da Madrid, N.d.T.)]?

Esiste una legislazione di eccezione nello Stato spagnolo, frutto dell’accordo tra fascisti e sinistra riformista negli anni settanta. Questa legislazione di eccezione si è manifestata in varie forme, ma fondamentalmente nella legge antiterroristica, in seguito alla legge dei partiti. Siamo stati gli unici a denunciare e patiamo per questo, se adesso i moderati stanno subendo gli effetti di quelle leggi, forse è perché all’epoca non si sono resi conto che il problema riguardava anche loro. Si scopre che all’epoca il problema riguardava solo era solo i violenti, con quattro radicali, ma c’era già un’artiglieria legale che si stava preparando da usare in situazioni come quella che viviamo oggi.

Qualcosa che può essere visto con la minaccia a diverse comunità della possibilità di applicare l’articolo 155

Effettivamene, possiamo ricordiare il poema del pastore Niemöller: “Quando i nazisti arrivarono per i comunisti, non dissi nulla, non ero un comunista …” Questo riflette la realtà.

Ritiene che sia possibile l’indipendenza all’interno della Costituzione spagnola?

La risposta è già stata data. L’indipendenza è illegale e continuerà a essere perseguita con tutti i mezzi dalla legge e anche al di fuori della legge, in precedenza hanno praticato la guerra sporca e quindi sono in grado di continuare ad applicarla. In effetti, oggi in questo senso siamo nell’illegalità.

In cosa consiste allora la promessa di una riforma costituzionale? 

La riforma costituzionale è una terza via immaginata dalla sinistra riformista e dai nazionalisti autonomisti dell’epoca, che pensavano che sarebbe stato possibile avere un dialogo su un piano di parità con i fautori del potere reale e con lo stato.  Sono passati quarant’anni da quando abbiamo tentato di percorrere questa strada senza successo, a causa del rifiuto di una delle parti a svolgere il suo ruolo di interlocutore. È il nostro “nemico” che chiude la porta, non noi.

La Corte Costituzionale è un organo utile per la democrazia? 

Non credo che esista la la democrazia nello Stato spagnolo. Esiste una specie di democrazia monitorata da certi settori, che può goderne e farne uso accettando previamente alcune regole del gioco che sono restrittive secondo me e che lasciano fuori dal gioco politico, una serie di importanti ideologie. Quindi, partendo da questa premessa, La Corte Costituzionale è un tribunale che rimane in piedi principalmente per perseguire la dissidenza politica di ogni tipo. Fondamentalmente nazionale, ma anche sociale. Lavora per questo ed è sempre stata usata molto a fondo contro il movimento indipendentista galiziano per cercare di smantellarlo.

Possiamo parlare di separazione dei poteri nello Stato spagnolo?

Non sono un’esperto in materia, ma solo pochi giorni fa ho letto uno studio che sottolineava la mancanza di indipendenza giudiziaria in Spagna. Tale studio indicava che l’indipendenza giudiziaria in quel paese era a livelli inferiori rispetto a paesi come Kenya, Cina o Arabia Saudita. Era uno studio del Forum Economico Mondiale, mi sembra di ricordare, che persino i propri alleati nel sistema dimostrino che non vi è alcuna separazione dei poteri nello Stato spagnolo.

Crede alla soluzione federale?

Siamo indipendenti, quindi crediamo che una nazione debba costituirsi in uno stato indipendente. Entra nella logica dell’affermazione e dell’esistenza delle nazioni che ogni nazione goda del suo stato, se questa nazione ha uno status di sovranità garantito, può ancora negoziare quella sovranità su un piano di parità con tutte le altre nazioni. Il federalismo no, il confederalismo è sempre un’opzione. Tuttavia, non crediamo di poterci confederare con gli spagnoli, sono un paese che ci ha storicamente disprezzato come nazione, proprio come ha disprezzato il nostro nazionalismo. Siamo aperti ala possibilità di confederazione con molte nazioni europee, ma prima della confederazione dobbiamo essere indipendenti. Pertanto, la rotta federale è stata esclusa fin dall’inizio.

Possiamo, all’interno dello Stato spagnolo, parlare di innalzare muri a causa dell’indipendenza della Catalogna se teniamo conto della realtà attuale a Ceuta e Melilla [enclavi spagnole in Marocco, circondate barriere fortificate, spinate ed elettroniche, N.d.E]?

Le relazioni politiche internazionali sono dominate dal cinismo e dall’ipocrisia. Èsufficiente notare la posizione della “comunità internazionale” nei confronti dei movimenti indipendentisti nel blocco dell’Est, per puro interesse pragmatico, semplicemente per liquidare il socialismo. Dobbiamo confrontare questo atteggiamento con il punto di vista che questi paesi stanno adottando oggi nei confronti della Catalogna, e la loro duplicità è evidente. Un altro esempio potrebbe essere l’atteggiamento mediatico con la violenza dell’opposizione in Venezuela e la stessa posizione con le manifestazioni in Catalogna, sono argomenti così deboli che non sono sostenuti.

Lo stato spagnolo indottrina?

Esiste un sistema educativo che ha tra i suoi numerosi compiti quello di creare un’identità nazionale spagnola, è vero che l’esistenza dello stato autonomo ha permesso margini di azione per visioni che loro chiamano periferiche, qualcosa che non è rivoluzionario o illegale, poiché lo stesso Stato spagnolo riconosce l’esistenza di tre nazionalità storiche. Pertanto, vi è un indottrinamento politico. In tutti gli Stati europei, l’educazione lavora in questa direzione, qui abbiamo goduto di un certo margine, di una certa libertà di discorso, ma ora sembra che ci stiamo muovendo nella direzione opposta, nella ricentralizzazione dello Stato.

La Galiza è una colonia?

Sì, pensiamo che sia una colonia. Pensiamo che sia una colonia perché oltre ad essere una nazione senza sovranità, come molti altri in Europa, è stata una nazione priva di classi dominanti fin dall’inizio, una nazione incapace di svilupparsi autonomamente, né abbiamo potuto avere un normale sviluppo economico secondo le norme capitaliste. Questo spiega processi sociologici ben noti, come l’odio per se stessi, l’ignoranza sulla nostra storia o il tentativo di liberarsi della lingua galiziana da gran parte della nostra popolazione. La nostra storia è la più chiara tra le tre questioni nazionali in discussione su un’origine millenaria con una propria tradizione politica, tuttavia è la più silenziosa di tutte. Ciò potrebbe essere dovuto alla mancanza di élite adeguate che sarebbero in grado di facilitare la lotta per l’indipendenza.

Cosa ne pensi di coloro che, a sinistra, decidono di non sostenere il movimento indipendentista catalano perché non trovano nessuna bandiera con cui identificarsi?

Prima delle questioni nazionali, storicamente nello Stato spagnolo ci sono state due forme di dubbio, la prima ha a che fare con un certo purismo. È sempre stato detto che la questione nazionale è di destra, anche nel movimento operaio galiziano prima del regime di Franco. È un argomento che hanno un po ‘di verità, ma che non è una verità completa. È vero che non esiste una definizione ideologica della questione nazionale, ma comprendiamo che dal momento in cui le viene dato un contenuto sociale, le forze della sinistra dovrebbero dare il loro contributo. Credo che questa prima posizione di dubbio sia purista e per me sbagliata. Poi c’è una visione più falsa, più infida, una posizione che in nome di questioni ideologiche nasconde l’incapacità di confrontarsi con lo Stato, oggi qualsiasi persona persona che sia nazionalista o no, galiziana, spagnola, basca o catalana, sa che c’è un’opportunità d’oro per indebolire lo Stato spagnolo. Qualsiasi persona con una certa lucidità dovrebbe unirsi a questa trincea, se non lo fa, esprime alcuni dubbi che non sono giustificabili in un momento come questo. Lì l’ideologia funziona come un alibi.

La Galizia dovrebbe essere indipendente?

Siamo indipendentisti galiziani, questa è la nostra motivazione politica.

Pensa che la Galiza sia matura per l’indipendenza?

La liberazione nazionale è un processo lungo, non è un processo che può essere misurato in una vita. È un processo di generazioni e ora siamo in una fase storica di quel processo, un processo che logicamente deve ancora maturare. I grandi salti qualitativi si verificano quando c’è una somma di migliaia di piccoli salti quantitativi, la mia generazione e le generazioni precedenti stanno aggiungendo granelli di sabbia a un processo di maturazione di coscienza nazionale e di organizzazione. Non siamo ancora in quella fase matura, ma non è qualcosa che ci preoccupa o per la quale abbiamo fretta. Quello che vogliamo è accumulare forze e andare avanti senza una scadenza fissa.

Lo Stato spagnolo gioca con le promesse di un referendum sull’indipendenza?

Un argomento molto utilizzato nella sinistra riformista e nel nazionalismo riformista, è quello di dire  oggi no ma domani sì, ma il tempo passa e passano i decenni, le tappe passano le fasi storiche e non arriva mai quel domani. La promessa rimane la stessa dagli anni ’30 molti galleguisti usavano quella logica.

Qual è oggi la situazione dell’indipendentismo della Galizia?

Penso che veniamo da una situazione paradossale. Oserei dire che le idee che siamo stati gli unici a mantenere in condizioni molto avverse, oggi sono la maggioranza tra le persone critiche della sinistra. L’idea stessa di indipendenza era un’utopia assoluta, non parlo nemmeno della sua realizzazione, ma semplicemente di metterla sulla carta. In Catalogna noi vediamo come parte di coloro che guidano il processo di indipendenza non erano indipendentisti vent’anni fa, anche in Galizia ci siamo confrontati con il resto dei nazionalismi per parlare di indipendenza. Penso che oggi quel tabù sia rotto. Quel lavoro che abbiamo fatto di delegittimazione dello Stato spagnolo, di denunciare che questa non era una vera democrazia, di criticare il fatto che la politica era un’attività riservata a quattro professionisti pagati, di mettere in evidenza che la cosa fondamentale era l’assemblearismo e il lavoro in strada, tutte queste idee le predicavamo nel deserto, oggi vediamo che dalla crisi capitalista iniziata nel 2008 e dai processi politici che ne derivano, queste sono idee che quasi tutti condividono.

Questa è la cosa positiva, la negativa è che non siamo stati in grado di trasformare quelle idee in solide strutture organizzative. Non siamo stati in grado di mettere radici in strutture che rimangono nel tempo. Ciò è dovuto, da un lato, al fatto che lo Stato ha sempre fatto un lavoro sporco per disinnescarci con repressione a bassa intensità, con molestie leggere che sostanzialmente assolvono alla loro funzione, specialmente nelle persone poco politicizzate, i giovani. Siamo vittime di pene detentive e di propaganda mediatica. Siamo parzialmente responsabili anche noi, non possiamo lanciare il pallone fuori. Abbiamo commesso errori che hanno indebolito la nostra stabilità nel tempo, probabilmente abbiamo bisogno di diventare più conosciuti e riconoscibili. Siamo qui per il momento.

Come dovrebbe essere l’attivismo a sinistra oggi?

Nell’attivismo della sinistra indipendentista, penso che non ci sia nulla di nuovo sotto il sole. Tutto è già stato inventato molto tempo fa. Quello che succede, l’attivismo della sinistra indipendentista, è un attivismo che oggi non offre alcun vantaggio immediato in senso materiale. È un lavoro fondamentalmente mosso dai valori, dal senso di migliorare questa società a medio termine. La pazienza è necessaria perché esiste una barriera repressiva, non esageriamo, né è drammatica, ma la costante marcatura dello stato è piuttosto imbarazzante. Il problema principale è che viviamo in una società che è consacrata nel culto dell’individuo. E’ molto difficile aprire una breccia  e sostenere come facciamo, che l’individuo progredisca quando la comunità progredisce. Qualsiasi discorso di felicità basato sul collettivo, nella nostra società ha una tremenda difficoltà a sfondare, non intendo, essere ascoltato e far scendere migliaia di persone per strada in un giorno di protesta, voglio dire, così che la nostra vita quotidiana sia gestita secondo l’interesse collettivo. È molto difficile. È molto difficile ed è un problema che si pone a noi, gli anarchici e alla sinistra rivoluzionaria in generale. Qualche responsabilità, ripeto che ci sarà da parte nostra. Siamo sempre stati un movimento con troppi conflitti interni, un’eccessiva tendenza alla scissione e zizanie che non siamo mai riusciti a superare finora.

Come consideri l’irruzione di Podemos nella sinistra?

All’epoca ero in prigione, senza Internet, e così ho vissuto attraverso i media tradizionali, non ero sul campo, dove questi processi devono essere vissuti. Sembra che ci fosse una rabbia accumulata e una grande frustrazione contro il capitalismo, in parti importanti della popolazione, e sembra che in Podemos, durante una fase si rispecchiase. Per quanto riguarda l’indipendenza della Galizia, ci sono due cose che fondamentalmente ci alienano: tutto ciò che facciamo, sia nella linea ideologica che è più o meno di sinistra, con tutte le sfumature che vogliamo, lo facciamo dal punto di vista della Galiza. Non saremo mai integrati in una strategia elaborata da laboratori di altre realtà, la nostra realtà è unica e solo  noi possiamo trasformarla. Questa è stata la prima cosa che ci ha separato da Podemos. La seconda cosa è stata che nella dialettica della rottura o della riforma non esiste un termine intermedio, né esiste nella questione nazionale galiziana. Non so se sono per la rottura, per la riforma, se faccio un passo per la riforma, ma poi non più … o siamo una forza di rottura che si evolve per la strada, o un movimento riformista che si evolve nelle istituzioni. Siamo un’alternativa di rottura, questo è ciò che ci differenzia da Podemos. Ma come ho già detto, rispondo con prudenza, perché non l’ho sperimentato di prima mano, se mi dici che hai conosciuto un ragazzo in un’assemblea e che lui è un indipendentista, io non posso negarlo, non ero lì.

L’elettoralismo ha cambiato Podemos?

Conosciamo l’elettoralismo nel nostro paese perché ha una lunga tradizione. Questo elettoralismo porta a confondere i mezzi con i fini, ciò che è un mezzo per una determinata causa sociale finisce per essere un fine. Che finisce sempre in una burocrazia molto consolidata nella politica istituzionale e nei ritmi che segnano i media, finisce per bloccare la mobilitazione popolare. Alla fine entriamo in quella dinamica cantando il ritornello che ora non è il momento, “non dite così”, “non fate questo”, “così alieneremo gli elettori del centro”, ecc ecc.

Considera la violenza un mezzo di lotta legittima?

I processi di cambiamento politico radicale sono sempre illegali. Violenti o non violenti, ma sempre illegali. Nello stato spagnolo esiste una legislazione che persegue l’opinione rispetto alla questione della violenza politica, la legislazione dello Stato spagnolo consente solo di applaudire alla violenza politica dei vincitori della guerra civile e dei suoi derivati. Quindi non posso rispondere a questa domanda in questa intervista o in un’altra, così come non abbiamo potuto rispondere al Tribunale Nazionale quando il pubblico ministero ce lo ha chiesto. Il pubblico ministero ci ha chiesto se eravamo a favore della lotta armata e della violenza politica, a cui ho risposto che eravamo a favore della risoluzione dei conflitti democraticamente. Oggi, si qualificano violente persino forme di mobilitazione che in precedenza non lo erano, come nel caso dei leader della società civile catalana. Pertanto, non posso rispondere a questa domanda. Non per sfuggire alla polemica, ma perché nello Stato spagnolo esiste una legislazione che persegue la libertà di espressione in tal senso. Ci può essere solo un’opinione legale, il resto è carne per il Tribunale Nazionale.

Lo stato spagnolo rifiuta di lasciar morire l’ETA?

Non ho un’opinione sulla politica concreta dello Stato spagnolo nel Paese Basco. L’ETA era un movimento che combatteva con ogni mezzo, legale e illegale.

Dopo aver drasticamente cambiato la loro strategia alcuni anni fa, speravano in una serie di gesti da parte di coloro che stavano dall’altra parte, ma c’era solo una politica di vendetta e di terra bruciata. I prigionieri sono ancora dietro le sbarre, non sto dicendo che dovrebbero essere rilasciati, il che sarebbe logico dopo la fine di un conflitto, ma che non gli è stato nemmeno permesso di ottenere lo stesso regime penitenziario di altri prigionieri dello Stato spagnolo.

Ma non ti sembra particolarmente strana quella mancanza di dialogo da parte dello Stato spagnolo con un’organizzazione terroristica che vuole deporre le sue armi?

L’unica risposta dello Stato spagnolo negli ultimi anni è stata quella di negare qualsiasi interlocuzione politica o militare. Hanno cercato di dissanguarli e consumarli.

Pensi che Otegi* sia un attore politico valido?

Suppongo di sì, è un leader con molti anni di esperienza e che ha il sostegno da gran parte dei militanti del suo movimento. Pertanto, dovrebbe essere considerato un valido attore politico.

Com’è possibile che venga dimenticato l’incidente di Angrois, gli incendi in Galizia, la corruzione, la crisi dei rifugiati o le cariche della polizia del 1° ottobre?

Ci sono due fattori che lo aiutano questo. Da un lato viviamo in una società di grande immediatezza, un mondo in cui la memoria si perde ad un ritmo accelerato. Qualcosa che ha a che fare con la rivoluzione tecnologica. Oggi viviamo stimolati da clic, che ci permettono di essere molto “informati”, tuttavia non ci permettono di differenziare ciò che è fondamentale da ciò che è accessorio. D’altra parte, c’è un monopolio senza soluzione di continuità nel controllo dei media globali. Il controllo dei messaggi ideologici da parte della classe dominante è brutale.

Che ruolo dovrebbero avere i media nello Stato spagnolo?

Domanda molto complicata

Posso assicurarti che nemmeno io conosco la risposta.

[Ride] Posso parlarti del ruolo dei media che per quanto concerne noi. Il loro ruolo era un assoluto silenzio storico su tutte le nostre azioni, una strategia per considerarci un nemico. Questo e la semplice riproduzione dei comunicati stampa della polizia quando hanno dovuto applicare la dura mano della repressione, questa è la linea che i media hanno applicato contro il movimento indipendentista e che ci fa giocare in uno scenario molto sfavorevole.

Quanti media ti hanno contattato in seguito alle recenti polemiche sui prigionieri politici in Spagna?

La Directa, Sermos e voi.

Sembra che in un tale contesto, potrebbe essere interessante conoscere la tua opinione…

Inizialmente c’era un grande polverone mediatico intorno a noi, tutti gli obiettivi erano concentrati sulle nostre foto e tutti i dettagli delle nostre vite erano sparpagliati alla vista di tutti. Ma quando siamo usciti, silenzio assoluto. In ogni caso, io, perché i miei compagni sono ancora dentro. Quando siamo usciti la stampa non parlava di noi, senza voce, senza diritto di replica.

Non interessa conoscere il tuo punto di vista su questi temi?

Questo è un conflitto politico che è “esangue” per la popolazione al momento. Dico ironicamente, senza sangue, perché coloro che stanno patendo il carcere sono etichettati come violenti dal sistema in modo che questo non preoccupi la popolazione. Perché ciò funzioni, i media fanno parte dell’artiglieria di questo conflitto. Un’altra cosa è che ci sono media indipendenti, ci sono molte cose su internet, ma i media di maggioranza sono quello che sono. Non mi strappo i capelli, non mi lamento, è nella logica delle cose.

Quando inizi questo percorso, sei consapevole delle possibili ripercussioni?

Ne siamo sempre stati consapevoli fin dall’inizio. La repressione prende aspetti molto variegati. C’erano persone che venivano da noi con la paura di finire in prigione, ma non è detto che tu debba finire in prigione. Se sei nel mirino, ti mettono i bastoni tra le ruota, ti molestano, ma dopotutto dipende dal tuo livello di impegno e da altri fattori più casuali. La punizione può essere più o meno dura, dipende dal percorso politico di ogni militante e fin dove vuole andare. In generale si associata l’indipendentismo con la repressione e la prigione, ma ci sono molti scenari possibili in quanto vi sono molti scenari possibili dentro il carcere. Io sono qui oggi a parlare con te in una caffetteria, ma i miei colleghi stanno pagando tredici anni e nove mesi. Proprio ora – guarda il suo orologio – stanno per cenare e andare nelle loro celle. Gli scenari sono tanti, quando decidemmo di militare nell’indipendentismo galiziano, sapevamo che stavamo andando a essere sorvegliati, che ci sarebbero piombati addosso e che a seconda del percorso che avremmo intrapreso, avremmo sofferto questa o quella conseguenza.

Cosa puoi dire a quelle persone che considerano codardo Puigdemont perché cerca di evitare di andare in prigione?

Solo l’individuo interessato può decidere il suo impegno nei confronti del suo paese o delle sue idee, nessuno può decidere per gli altri fino a che punto deve andare. Possiamo solo chiedergli di essere coerente. Siamo entrati in prigione come prigionieri indipendentisti galiziani, come tali ci siamo comportati in carcere e nel Tribunale Nazionale, questo è ciò che vogliamo fare, uscire come entriamo, più forti se possibile.

Cosa ne pensi del ruolo svolto dalla CUP?

È un movimento fratello del nostro, abbiamo ottimi rapporti con i movimenti indipendentisti catalani dagli anni Ottanta e Novanta.

Oggi consideriamo sinistra radicale quella che pochi anni fa era semplicemente sinistra?

C’è un processo di scivolamento verso destra da tutte le aree. Posizioni che trent’anni fa erano considerate tiepide, oggi possono anche essere considerate radicali. Tutto cambia molto velocemente. Due decenni fa avevamo immaginato la fine della storia, oggi molte posizioni sono barcollanti.

Che cosa hai provato quando hai visto i Jordis** entrare in prigione?

Non mi sono sentito sorpreso perché conosco lo stato spagnolo, sappiamo fino a che punto può arrivare. Mi chiedevo solo che cosa osassero fare gli indipendentisti, sembra che fino ad ora siano stati coraggiosi.

Hai avuto un processo equo?

No, abbiamo avuto un processo in un tribunale politico. Siamo arrivati alla sentenza dopo aver passato la legge anti-terrorismo, tenu in insolamento, con il divieto di essere difesi dal nostro stesso avvocato. Siamo arrivati a quel processo dopo un anno e mezzo di detenzione in un regime che supponeva un carcere all’interno della prigione, quelli che assistettero a quel processo, poterono vedere come veniva violato il diritto alla difesa, persino gli stessi esperti venivano espulsi dal tribunale. La nostra condanna, entro un anno, fu fissata in anticipo.

Qual è stata la ragione per cui sei finito in prigione?

La sentenza è stata pronunciata contro quattro militanti galiziani, all’interno di un ciclo che inizia nel 2005 con la caduta dei militanti con una certa regolarità, noi quattro eravamo un altro capitolo di quella serie di arresti. Le condanne riguardavano l’appartenenza a un’organizzazione terroristica, la falsificazione di documenti e possesso di esplosivi. All’interno di quel gruppo, Maria Osório ed io siamo stati condannati solo per i primi due crimini. Per questo, siamo stati condannati a dieci anni, poi ridotti a otto anni e poi cinque anni e cinque mesi in ultima istanza. Non si trattava solo di incarcerare quattro persone, ma di inviare un messaggio deterrente a tutto il movimento. Un messaggio che ha avuto il suo effetto parziale, intorno a noi si è creato un certo cordone sanitario di protezione. Sotto l’effetto della paura nessuno prende decisioni politiche sensate, in un’atmosfera di paura si prendono decisioni piuttosto stupide e irrazionali, motivo per cui c’è tutta questa panoplia dell’ “apologia al terrorismo” e della legge antiterrorismo.

Come ci si sente ad entrare in prigione?

Come prigioniero politico, bisogna dare il proprio contributo al movimento anche se le comunicazioni sono scarse e controllate. Dipende molto da ciò che ti piace scrivere, sotto forma di articoli o riflessioni. Quello e la disciplina sono vitali in prigione.

Consideri la politica di dispersione una doppia condanna per le famiglie?

Sì, è evidente. Avendo un parente in carcere, si sommano lunghi viaggi in autobus con il conseguente pericolo di subire un incidente, una grande spesa economica per famiglie umili e un ambiente sociale estraneo alla tua lingua e alle tue abitudini. Il morale del gruppo si deteriora più facilmente se si attacca il suo ambiente, che è ciò che dà vita ai prigionieri, fortunatamente abbiamo sempre avuto un’organizzazione esterna che ha reso le cose molto più facili per noi.

Hai subito torture?

Mi piace essere preciso a riguardo. Dovremmo ricorrere al dizionario per sapere esattamente quale parola usare, ho sentito di altri prigionieri che sono stati veramente torturati, ma personalmente ho subito abusi fisici e psicologici, azioni che hanno sempre avuto a che fare con la difesa dei miei diritti come prigioniero politico. Piccole aggressioni che pesano più del peso dell’aggressione, a causa della situazione di umiliazione a cui sei sottoposto.

Com’è la situazione delle carceri nello Stato spagnolo?

Oggi sono un modello di macro prigione in stile usamericano, non c’è più la vecchia prigione provinciale. Le prigioni sono stratificate internamente e siamo sempre messi in prima linea nella sezione più conflittuale. Lì siamo sottoposti a più di 20 ore di cella al giorno e la possibilità di un regime di isolamento, che ho sofferto a un certo momento e che alcuni compagni hanno sofferto per lunghi periodi. Conoscevamo gli spazi più fatiscenti delle carceri spagnole, quindi non posso dire nulla di buono su di esse. Mentirei se dicessi qualcosa di buono, forse un delinquente economico o un molestatore potrebbe darti un’altra opinione, ma parlo della mia esperienza in carcere ed è negativa. Nel peggiore dei casi è uno strumento di repressione, e nel migliore dei casi serve per ammassare le persone.

La tua testimonianza sembra abbattere la teoria della reintegrazione

Per questo, le percentuali di recidiva della popolazione carceraria sono molto significative.

Cosa diresti a chi oggi si trova affrontare una pena detentiva per aver postato un messaggio su un social network come Twitter?

Non posso dare nessuna lezione Posso solo dire che siamo in uno Stato di democrazia controllata o una falsa democrazia, quelli che scelgono di fare il passo verso l’impegno politico devono sapere a cosa sono esposti. Non lo dico in senso dissuasivo, è un atto che ha delle conseguenze e devi saperle affrontare a testa alta e con dignità. All’interno della militanza politica, ci sono due atteggiamenti, cedere o andare avanti.

Pensi che dimentichiamo parti del passato di personaggi come Mandela o Mujica e rimaniamo con il messaggio che il sistema ci offre?

Sì, succede troppo. È la stessa cosa che accade quando i media parlano di manifestanti pacifici in Ucraina riferendosi a persone che con un fucile d’assalto stanno rovesciando il proprio governo, il potere crea il proprio scenario, ci raggira, succede anche quando parliamo di terroristi in Europa e ribelli moderati in Siria.

Che cosa hai provato quando ti hanno attaccato nella tua professione?

In quell’occasione la stampa ha fatto sensazionalismo, e ammetto che il movimento fu poco critico, secondo quanto mi è stato detto. Avevo una borsa di studio e alcuni impegni nei confronti del mio dipartimento, ma quando ho finito la mia tesi, ho iniziato a cercare un lavoro precario come tutti i giovani galiziani. Il divieto di esercitare come docente*** fa semplicemente parte degli ostacoli che pongono per il tuo ritorno a una vita normale.

Qual è la situazione dei prigionieri politici indipendentisti galiziani?

I prigionieri indipendentisti pagano condanne per difendere le loro idee, e quindi dovrebbero essere presenti nelle rivendicazioni politiche di tutti i movimenti di sinistra. Chiunque abbia una coscienza politica dovrebbe sempre tenere conto dei prigionieri politici e dei prigionieri in generale. Il luogo in cui le ingiustizie sono più estreme e più trascurate è la prigione. Una di queste è la povertà, se non hai soldi in prigione, hai un problema. Dobbiamo ricordare i prigionieri indipendentisti non a causa di un umanitarismo a buon mercato, ma perché questi gesti contribuiscono molto a rendere la condanna più sopportabile.

I nazionalisti galiziani ricordano i prigionieri indipendentisti?

Non mi intrometto in ciò che devono fare, li rispetto come nazionalisti, ma io non milito nel nazionalismo istituzionale. Non vorrei sbagliare, ma penso che dopo gli ultimi arresti il sostegno sia stato molto più forte che in altre occasioni. Al momento, le nostre richieste sono più echeggiate in questo settore della politica, anche all’interno delle istituzioni.

N.d.E

* Arnaldo Otegi (1959) è il portavoce del partito basco Sortu (Create), della sinistra indipendentista, che il governo di Madrid fa di tutto per rendere illegale. Fu imprigionato più volte, l’ultima volta per aver trattatoil Re di Spagna di “Re dei Torturatori”.
** I Jordis, i due “Giorgi”, sono Jordi Cuixart e Jordi Sánchez, leader catalani della società civile attualmente incarcerati.
*** Antom è stata vittima di una clausola introdotta nel codice penale dal Partito popolare al governo, originariamente rivolta ai baschi, che proibisce agli ex prigionieri condannati per terrorismo di esercitare qualsiasi funzione di insegnamento, una volta rilasciati.

2008

2017

Que Voltem para a Casa (Che Tornino a Casa) è un’associazione di parenti e amici di prigionieri indipendentisti galiziani per la difesa dei loro diritti e del loro raggruppamento in Galizia

https://www.facebook.com/Quevoltemparaacasa
https://twitter.com/Quevoltem

Traduzione per TLAXCALA di Alba Canelli


Fonte: tlaxcala-int.org
Tratto da: vocidallastrada.blogspot.it
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Un pensiero su ““L’indipendenza è illegale e continuerà ad essere perseguitata con tutti i mezzi”

  1. preferirei essere prudente riguardo la Catalogna. L’affluenza al contestato referendum è stata del 41%. Non mi basta per prendre posizione…

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